ETICA E CARITAS IN VERITATE

Continuiamo a notare, opportunamente, una grande ansia di richiamare esigenze di etica e di fare proposte di nuovi modelli di capitalismo. Temo però che grandi soluzioni con questo approccio giuridico economico sul capitalismo o sulla responsabilità sociale dell’impresa non si troveranno. Soluzioni vere si produrranno solo se si hanno idee e progetti per cambiare l’uomo anziché gli strumenti. E questo non è un mestiere da giuristi, economisti, sociologi o filosofi. Io penso che sia piuttosto un mestiere da “buoni preti”.

Sarò provocatorio, ben conscio di proporre considerazioni che non saranno condivise. L’uomo non è stato creato perché lavorasse. L’uomo è stato creato anzitutto perché pensasse. Se l’uomo non pensasse prima di lavorare, lavorerebbe senza pensare e non darebbe senso al suo lavoro. La dignità dell’uomo non sta nel lavoro, sta nel pensiero precedente al suo lavoro (la famosa canna pensante di Pascal). Se l’uomo ha un pensiero vero, forte e maturo, il suo lavoro ne trae beneficio. Con conseguenze evidenti sui modelli di capitalismo migliori.

Il capitalismo e l’impresa sono solo strumenti, inutile pretendere che siano loro “etici”, etico sarà solo il comportamento dell’uomo che li usa. Inutile però pretendere dall’uomo che li usa che lo faccia dando loro un senso etico se il pensiero dominante esclude che la vita umana stessa abbia un senso. Se non ha senso la vita, neppure si può pretendere che l’abbiano gli strumenti. Così torniamo al mestiere del “buon prete” che indirettamente influenza l’azione economica, coltivando nell’uomo la Verità e la visione del bene.

La crisi economica in corso, cui continuiamo a far riferimento, non è pertanto nel modello di capitalismo adottato, è nelle idee, nel pensiero dell’uomo di questo secolo, che si trasferisce inesorabilmente nel comportamento e nell’azione economica. Non va rinnovato pertanto il modello di capitalismo, va rinnovato l’uomo. Come? Penso che non si debba aver più paura di parlare di morale vera discutendo argomenti economici. La morale non mette mai in discussione il funzionamento di modelli economici leciti poiché sono mezzi. La morale si occupa solo dei fini, ma la morale ha un fondamento su verità considerate assolute, altrimenti diventa una morale secondo le mode, mode che sono prodotte dalle infinite libertà che l’uomo ha. Da una parte si pretende che solo queste libertà, a priori, possano produrre la scoperta di una verità. Dall’altra parte si crede che solo l’accettazione della Verità produca libertà responsabili.

Se è vero che la possibile moralizzazione dell’economia debba passare attraverso laresponsabilizzazione delle persone che operano in economia, è indispensabile chiarire a quale responsabilizzazione morale facciamo riferimento. Se si è liberi di averne tante, sarà difficile convergere nel mondo globale su un criterio universale di morale comportamentale del capitalismo o di responsabilità sociale dell’impresa. Quale morale, quale responsabilità? Max Weber distingueva tra morale di responsabilità e morale di convinzione personale. Ma come si può aver vera responsabilità delle proprie azioni se non ci si crede, se non se ne è convinti? E come può questa convinzione esser stabile se non ha un riferimento assoluto?

Per queste ragioni credo che, invece di lasciar libera l’immaginazione alla scoperta di capitalismi adatti al mondo globale, sia più urgente ascoltare le parole del pontefice su come si deve rinnovare l’uomo. Studiando l’enciclica Caritas in veritate, magari con l’aiuto del famoso “buon prete”, piuttosto che di un economista o sociologo supponente. Credo che sia ora di tornare a fare un po’ di buona e vera morale come si faceva una volta, magari con più esempio e meno autorità, ma negli ultimi tempi si è esagerato nel contrario, abdicando al proprio ruolo, arrivando a confondere persino il ruolo stesso della morale, lasciandola subordinare a ogni moda culturale soggetta a continue evoluzioni, volendo mostrare apertura a morali adeguate ai tempi. Arrivando però a promuovere strumenti totalmente autonomi dalla morale stessa, come l’economia e conseguentemente l’uso del modello capitalistico.
Nella storia molti pensieri economici si sono sviluppati progressivamente sempre più indipendenti da criteri morali, ora sono i modelli di competizione globale che impongono una forma di relativismo morale in economia. Vedremo presto i risultati di come tali modelli, fondati soprattutto su differenti visioni della dignità della persona, competeranno sui mercati. Proprio per questo credo che la morale oggi non debba farsi intimidire dall’arroganza dialettica degli antimoralisti. Non si deve permettere che si continui a concedere alla morale cattiva di scacciare quella buona. Come hanno peraltro riconosciuto negli ultimi due anni tutti, pronti magari a dimenticarsene presto.

Ora siamo di fronte a tempi di austerità forzata, almeno nel mondo occidentale, ed è necessario aiutare l’uomo a riconquistare il controllo dell’economia aiutandolo a capire che la morale applicata in economia produce effetti più positivi e migliora i vantaggi competitivi. Nel frattempo è bene riflettere su quanto scrisse uno dei maggior pensatori del 900, Jean Guitton: «Si possiede interamente solo ciò a cui si è rinunciato ». È evidente il perché, se non possiamo rinunciare a qualcosa significa che quella cosa possiede noi. E questa è la storia vera degli errori fatti nell’uso dello strumento capitalistico: se non impariamo a dominare gli istinti e le pulsioni queste domineranno noi. Ecco l’esigenza del famoso “buon prete”, che spero debba lavorare molto intensamente nei prossimi tempi…

[articolo tratto da Il Sole 24 Ore 11 marzo 2010]

2 risposte a ETICA E CARITAS IN VERITATE

  1. giovanna scrive:

    Moltissimi autori si sono soffermati sul tema dell’individuo e della società e molti tra questi sui diritti e sui ruoli dell’individuo dentro la collettività; molti meno hanno analizzato quanto la società/la comunità sia dentro l’individuo, sia dentro il suo modo di pensare, quanto il pensiero e le prassi siano incardinate dentro la singola persona. La comunità è anche una realtà che pervade il mondo psichico individuale
    Oggi siamo alla ricerca di un modello che valorizzi i diritti dell’individuo e della collettività rispetti la diversità di ognuno e la protegga dalla tirannia dei molti e al tempo stesso incoraggi la persona a cooperare con gli altri per fini comuni.
    Abbiamo bisogno + che mai di cittadini partecipi consci dei loro diritti e doveri individuali e disponibili ad assumersi anche i diritti/doveri della collettività.
    Anche le aziende sono dei soggetti importantissimi dentro a questi ragionamenti e hanno bisogno di coesione, di condivisione di scopi, di innovazione.
    Lungo questa strada di innovazione dobbiamo far passare l’etica.
    L’emergenza energetica, la motivazione delle risorse umane impegnate nella produzione, la rivoluzione delle reti ci fanno pervenire alla seguente riflessione: se le aziende vogliono sopravvivere devono passare da logiche del “si salvi chi può” a logiche di network, a logiche solidaristiche.
    Qualcuno si appella all’”animal spirit” del capitalismo e anch’io mi aggiungo al coro; lo spirito animale è quello che ci fa intuire, al di là delle logiche immediate, qual è il bene; perchè oggi o stiamo bene insieme o non sta bene nessuno: nessuno da solo ce la può fare.
    Nella raccomandazione che viene da più parti a fare innovazione ci sta anche questo ragionamento sulla necessità dell’etica nei processi aziendali. Vorrei fare un esempio: Da una ricerca che sto conducendo nelle aziende del cividalese risulta che le donne lavorano meglio e producono di più se hanno una motivazione interna diversa dall’incentivo economico inteso in senso stretto. Allora perchè non valorizzare il femminile che è in tutte le persone, quel femminile che è vedere -nel senso di vision- il bene comune , la responsabilità verso le generazioni a venire ,la dedizione agli altri oltre che il rispetto per se stessi. Gli imprenditori dovranno accorgersi di questi valori che sono laici, che sono legati all’efficacia e all’efficienza e che sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.
    Recentemente un amico mi ha mandato una storiella:”Conoscete la storia di quell’uomo che fa un viaggio nell’aldilà? All’inferno trova persone denutrite e disperate. Hanno a disposizione un pentolone pieno di zuppa, ma le sole posate disponibili sono enormi cucchiai con i manici molto più lunghi delle braccia. Così nessuno può usarli per mangiare. Anche in paradiso c’è il solito pentolone di zuppa e i cucchiai hanno i manici molto più lunghi delle braccia, ma le persone sono sorridenti e ben nutrite. “Ma com’è possibile?” chiede l’uomo alla sua guida. “Qui hanno imparato a nutrirsi l’un l’altro.”
    Quello che io auspico è un IBRIDAZIONE tra management aziendale e mission sociale come strada che ci può portare lontano; le scorciatoie oggi esistono ma corrono molto vicine ai baratri.
    Il nostro tessuto economico è composto da piccole e piccolissime imprese per lo più che secondo lo studio di unioncamere del 2002 sono meno propense delle medio-grandi alla responsabilità sociale
    La ricerca ha evidenziato che l’orientamento delle imprese verso la responsabilità
    sociale risente sensibilmente dell’influsso delle dimensioni aziendali. Questa relazione
    emerge dalla considerazione di tutti i principali fattori esaminati:
    – per quanto concerne la conoscenza di temi e strumenti della CSR (Libro verde, codice
    etico, bilancio ambientale, bilancio sociale, SA8000, EMAS/ISO 14001), le percentuali
    relative alle imprese delle due classi dimensionali più piccole si attestano su
    livelli sensibilmente inferiori alle altre. E’ emblematico osservare come il 55,0% delle
    imprese con meno di 20 dipendenti non conosce alcuno dei suddetti strumenti, mentre
    queste percentuali scendono al crescere della dimensione fino a riguardare solo il
    31,6% delle medie e del 15,2% delle grandi imprese;
    – le iniziative a favore della comunità (donazioni, sponsorizzazioni, ecc.) crescono in
    relazione alla dimensione: in particolare, esperienze di advertising sociale e cause
    related marketing sono pressoché assenti nelle imprese minori e piccole;
    – nelle relazioni con clienti e fornitori, le grandi imprese richiedono attestati/certificati ai
    loro fornitori in misura circa doppia rispetto a quelle minori; in questo caso i valori relativi
    alle piccole sono già sensibilmente più vicini a quelli delle imprese maggiori;
    – per i programmi a tutela dell’ambiente la crescita legata alla dimensione è esponenziale.
    Valga l’esempio dei programmi di riduzione dei consumi di energia per le quattro
    classi dimensionali (5,9%; 8,1%; 12,3%; 32,5%);
    – nella gestione dei rapporti con il personale le differenze riguardano l’assistenza sanitaria,
    le attività connesse al tempo libero e gli strumenti di comunicazione;
    – per tutti di sistemi di gestione connessi ad alcuni aspetti della CSR il grado di adozione
    ha una profonda discontinuità tra medie e grandi imprese, indicativi sono i dati
    relativi al bilancio sociale (da 3,0% a 10,2%) e alla certificazione ambientale (da
    3,5% a 21,4%).

    Il rischio oggi è che allo slogan “essere efficienti non basta” o “essere etici conviene” non si accompagni un’adeguata politica di revisione di valori, cultura e procedure aziendali soprattutto delle più piccole.
    E’ qui che si devono inserire i decisori, i politici, coloro che hanno il potere per indicare dei modelli e delle strade di successo.
    La gente è stanca dei furbetti del quarterino, è stanca di lotte senza regole, ed è pronta, è forse più matura di quello che si pensa. Lo testimonia la tenuta sociale delle comunità, il numero rilevantissimo dei volontari, in tutti i campi, il valore del lavoro che tanti coltivano dentro di sé.

  2. anna scrive:

    Condivido le preoccupazioni che esprimi Giovanna e ritengo che possano essere superate grazie proprio ad un’evoluzione della cultura (dell’umanità, del sociale, dell’impresa, della politica) che fornisca quella visione di cui parli e verso la quale molti, singolarmente o collettivamente, sono già sensibili e ne sentono la necessità.
    E’ la cultura del “servizio”, del prendersi cura del lato spirituale che ogni cosa/esistenza ha in sè, quell'”anima del mondo” che chiede di essere riconsiderata nei nostri pensieri e azioni.

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